21 visitatori online
Home La nostra storia
banner_rr
PDF Stampa Email
Scritto da chico   
Martedì 24 Maggio 2011 16:46
alt
La prima formazione

Dalla sinistra, in piedi: Moro Francesco (Dirigente), Morettini Gianluigi, Paganessi Renzo, Guerini (Presidente), Renzi Franco, Zaninoni Pietro, Pirovano Salvatore (Direttore sportivo), Mistri Antonio - accosciati: Moro Carlo (Dirigente), Merelli Mario, Perani Riccardo (Dirigente), Rottigni Mario, Luponi Giovanni (Dirigente), Conti Antonio.
(Piace riprodurre un articolo scritto del compianto Pierino Gualdi, benemerito non solo nei confronti della U.C. San Marco di cui era sostenitore e tifoso ma anche della intera comunità Vertovese da cui era altamente apprezzato e stimato).

…..ricordo come allora nella borgata natia era assai diffuso l'interesse per tutto ciò che aveva relazione immediata o di riflesso con il mondo della bicicletta.

Tale interesse nasceva in seconda o terza elementare e si manifestava nel gioco delle figurine dei corridori, pur allora imperversante con disperazione dei genitori che, tenaci assertori del risparmio, pretendevano che imbucassimo nel salvadanaio di terracotta quel ventino generosamente (!) elargitoci la domenica e le altre feste comandate e da noi invece totalmente investito nell'improduttivo acquisto dei corridori di latta.

Più grandicelli, la crescente passione trovava sfogo nelle gare coi cerchi delle biciclette che vedevano impegnate in sfide e rivincite le contrade di Druda e Cantù, 5. Caterina e Piazzola, Sotagéra e San Carlo, Piazza e San Rocco.

In queste gare si trattava di correre spingendo e guidando il cerchio con un robusto filo di ferro dall'estremità opportunamente piegata ad "u" e ci voleva destrezza per governare i cerchi sobbalzanti sul selciato disuguale e nei solchi secolari delle pietre carraie di Via 5. Lorenzo, scavati dal transito dei carri.

Per salire poi le "rate" del Convento, dei Cornelli, di Via Albertoni e del Vallorcio, oltre alla destrezza occorreva anche il fiato.

Durante le vacanze le gare si susseguivano a ritmo quotidiano ed erano veloci caroselli sferraglianti sul ritmo crepitante degli zoccoli, accompagnati dall'urlio selvaggio dei concorrenti, dall'abbaiare dei cani e dallo starnazzare dei polli terrorizzati, mentre sulle soglie dei portoni le nonne, scotendo la testa commentavano tristemente: "che non si era mai vista una gioventù cosi balorda, che ogni giorno ne inventavano una, che con tanti pericoli non si poteva più uscire di casa, che non c'era più remissione, che avremmo fatto meglio ad andare a legna e che ai loro tempi i ragazzi della nostra età erano tutti nei segaboli della VaI Granda a raccogliere fieno e strame...".

Nelle pause tra una gara e l'altra, appena appena tollerati, ci si avvicinava in silenzio ai giovani per ascoltare i loro discorsi. Come invidiavamo "quelli del premilitare"!

La loro sapienza in fatto di cicli era incredibile, discutevano di cambi e di palmer e intanto fumavano con voluttà una "popolare" passandosela l'un l'altro come facevano i pellerossa col calumetto. Udivamo, tesi nell'attenzione, descrizioni di tremende salite ad Orezzo, alle fontane da Pi, a Selvino, al passo della Presolana e perfino di circuiti del lago d'Iseo che per noi era lontano come lo è oggi il Tibet.

Imparavamo a memoria nomi di campioni: Binda, Guerra, Girardengo, Botecchia e non li scordavamo più, mentre ci era tanto difficile apprendere i nomi dei massicci alpini dalle Alpi Marittime a quelle Giulie.

Poi, loro, i giovani del premilitare, le corse le facevano con biciclette vere. Certo, una bicicletta da corsa era una rarità ed il fortunato che ne possedeva una la custodiva e la carezzava come la ragazza del primo amore.

Tutti gli altri erano dotati di arnesi "fuori serie" che della bicicletta avevano il nome e le ruote, mentre per il resto erano un insieme di pezzi appartenenti a biciclette demolite di almeno quattro marche diverse, solitamente senza freni ma con fanali giganti e portapacchi enormi, con selle sfondate e copertoni da cui sbudellavano gomme cento volte rappezzate. Comunque erano biciclette e correvano...

Vennero e trascorsero penosamente gli anni bui della guerra e quando tornò la pace i giovani, reduci o no, erano disoccupati. Al mattino si riunivano in piazza davanti alla bottega di "Tilio" e quando lui esponeva la "Gazzetta dello Sport" allungavano il collo per leggere gratis la cronaca e poi cominciavano le discussioni sul Giro, sulla Milano S.. Remo, sul Tour de France, sugli atleti di cui conoscevano vita, miracoli, dieta e peso.

Nel pomeriggio, sempre in piazza, sedevano sul gradino deIla lapide ai Caduti in Guerra e riprendevano interminabili arringhe i difesa dei rispettivi beniamini Coppi o Bartali, alzando tragicamente le braccia al cielo, puntandoci reciprocamente contro il naso gli indici minacciosi, finché con le prime ombre della sera si lasciavano, ognuno più che mai convinto di aver ragione mentre gli altri erano una manica di fanatici, negazione dello sport.

Nei giorni più roventi di passione, quando i valichi dolomitici decidevano il destino di un campione, arrivava persino la lotta murale e sugli intonaci del centro campeggiavano grandi evviva tizio o abbasso caio, pennellati con candida calcina.

Di sport in genere e del ciclismo in particolare se ne parlava ancora in abbondanza ma se ne praticava sempre meno. Solo pochi ragazzotti ostinati montavano in sella per sgobbare lungo i tornanti di montagna ed abbrustolire sugli assolati rettilinei di pianura.

Si constatava come il fare sport è duro e fare ciclismo fosse più duro di ogni altra disciplina, per cui a tante chiacchiere non faceva riscontro alcuna azione.

Ma un giorno del 1966 Conti Antonio, Guerini Bernardino, Moro Francesco, Zaninoni Pietro, Pirovano Salvatore, Luponi Giovanni e pochissimi altri, si riuniscono in un'aula dell'Oratorio Maschile, accomunati dalla stessa convinzione che era giunta l'ora per Vertova di svegliarsi e dimostrare coi fatti la sincerità della sua passione per lo sport del pedale. Questi fondatori li conosciamo, son tipi di scarsa eloquenza ma esuberanti di entusiasmo, che si sono impegnati con dedizione totale di energia, di tempo ed anche di borsa...

Nasceva così la "Unione Ciclistica San Marco", debitamente affiliata alla F.C.l.; nei mesi successivi passano sulle strade i primi corridori locali ed al nastro di partenza, fra lo scintillio delle cromature, nell'arcobaleno delle maglie Spiccano i colori oro e cremisi dei Vertovesi.

Gli inizi furono duri, ma i dirigenti dalle delusioni, isolati nell'indifferenza, sorretti solo dalla speranza, continuarono a lavorare coltivando i giovani virgulti con trepida attenzione, fiduciosi nell'avvenire e, lentamente, i frutti andarono maturando...

Finalmente nel 1969 arrivò la prima vittoria e con essa la comprensione della gente, l'aiuto finanziario dell'Amministrazione Comunale e poi la stima in campo provinciale e regionale.

Oggi la "San Marco" è una società invidiata, portata come esempio di perfetta organizzazione e sempre alla ribalta nelle cronache di sport del lunedì. È un sodalizio che conta perché si è imposto per la sua serietà; che ha voce perché ha lavorato sodo; che raccoglie in abbondanza perché ha seminato senza calcolo di fatiche.

Le corse effettuate, le coppe conquistate e le vittorie mietute raggiungono cifre cospicue, statisticamente fredde ma precise, risultato eloquente di tanti sacrifici silenziosi.

 

Piero Gualdi
Ultimo aggiornamento Mercoledì 25 Maggio 2011 09:25